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  • Via gli ostacoli da San Siro. Ma perché?
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  • Paolo Allegri
  • 20/02/2009

Via gli ostacoli da San Siro. Ma perché?

Caro Direttore, è di qualche settimana l'annuncio che San Siro a partire dalla prossima primavera cancellerà le corse in siepi e in steeple. La cattedrale del galoppo dà un colpo di spugna ad un bel pezzo di storia delle corse: Siepi dei 4 anni, Gran Siepi, un cimento qualificante per i giovani ostacolisti come l'autunnale Premio Berlingieri e, soprattutto, quel Grande Steeple Chase di Milano che sul severo “5000 metri” degli ampi volumi del green meneghino aveva perfino incantato un certo Ernest Hemingway (vedi pagine sublimi in "Addio alle Armi", uno dei suoi romanzi piu' belli e intensi).
Trenno cancella un bel pezzo di storia dell'ostacolismo - perchè si deve convenire che un Grande Steeple Chase di Milano trasferito nella pur meravigliosa perla di Maia ma su un percorso tecnicamente differente e non di pari selettività, non potrà più essere la stessa cosa - e sorprende che l'Unire abbia avallato l'operazione come se avesse il ruolo di un passacarte al quale si chiede solo la firma senza aprire al suo interno un dibattito. Un colpo di mano passato nell'indifferenza generale.
Siamo forse colpevolmente e irrimediabilmente romantici e, per questo, forse superati. Non allineati alle esigenze di quanto è economy, finance e business. Ma riteniamo che un ippodromo elitario come San Siro nel momento che rinuncia con motivazioni discutibili (dalla stampa dei giorni scorsi: "gli ostacoli non erano più sostenibili"; "al pubblico non piacevano"; "adesso potremo disegnare nuovi percorsi in piano") metta in discussione il suo stesso ruolo di faro nazionale di tutta la disciplina. Perché se si cancella una corsa come il Grande Steeple Chase di Milano che nel suo albo d'oro vanta i grandi campioni del nostro ostacolismo, si adbica al ruolo di ribalta assoluta del galoppo perchè quel percorso, quella corsa sui quei volumi e su quel tracciato che facevano di San Siro una Auteuil italiana, contribuivano a fare la Scala.
E francamente non capisco perché in questi anni il comportamento della Società Trenno sia stato nei confronti della disciplina che più esalta il rischio decisamente contraddittorio. Si arrivò a programmare in maggio un Festival degli ostacoli con Siepi dei 4 anni, Gran Siepi e Grande Steeple per poi scinderlo in due domeniche diverse e svuotarlo di contenuto e di valore promozionale segnando un autogol perché fare di gran premi a ostacoli la proposta domenicale di San Siro non poteva essere un evento capace di attrarre il pubblico. E in questi primi mesi del 2009 si è arrivati a percorrere la strada inversa. Facendo capire che quello che prima si spacciava come attenzione, sostegno di Trenno al settore degli ostacoli che attraversava un momento difficile, non era poi sostenuta da una convinzione assoluta. Quella che hanno i romantici innamorati ancora di una corsa in siepi, di uno steeple che decide all'ultimo salto  il vincitore. Di un cavallo e di un fantino che gettano il cuore oltre gli ostacoli.
Tra le motivazioni, poi, con le quali si giustifica l'addio milanese ai saltatori si sottolinea il progetto di nuovi percorsi in piano. Ma, e qui mi rifaccio a quanto sosteneva Federico Tesio nei suoi magistrali appunti, una piazza come San Siro non ha già tutte le distanze per selezionare in maniera ottimale il purosangue capace di vincere le classiche e poi di imporsi in razza come uno stallone di pregio? Mi è capitato di rilegger in questi giorni alcuni articoli di Mario Fossati, meraviglioso cantore di San Siro sulla Repubblica. Quel polmone verde, le piste d'allenamento di Trenno e della Maura, poi l'ippodromo, il tondino, il grande giornalista allora bambino che accompagnato da suo padre vede il debutto di Nearco, il crack assoluto rimasto nel cuore di quel sublime "scriba" come il totem di uno sport, il galoppo, e quel ricordo come la magia, l'incanto fanciullesco. San Siro anche come quel meraviglioso appuntamento a metà marzo per la riapertura. L'ippodromo, il suo parco, che scandisce le stagioni dei milanesi.
Adesso, mandando via gli ostacolisti, cancellando un pezzo di storia della gloriosa tribuna con il vecchio orologio che ancora scandisce il tempo in sintonia con il rintocco degli zoccoli, hanno buttato giù un pezzo di quel San Siro romantico. E perché? Per disegnare qualche percorso in piano che non serve alla Scala del galoppo, alla selezione del purosangue ma solo a riempire qualche riga di un comunicato stampa. O perché era insostenibile per la società di gestione destinare qualche denaro del budget all'acquisto delle siepi. Ma allora a Merano, dove si corre tutto l'anno in ostacoli, cosa spendono per le siepi? E' insostenibile per la perla del Sudtirol quella disciplina meravigliosa ed affascinante che si chiama ostacolismo e che nel Settecento ha originato il turf, il galoppo moderno? O là la amano come la loro città, come la loro storia, come la fonte a cui abbeverarsi e quei soldi per le siepi sono ben spesi perché abbelliscono un ippodromo gioiello in una città giardino?
Hanno ammazzato il Grande Steeple Chase di Milano, ma come l'uomo ragno l'ostacolismo - e le bellissime corse del meeting di Capannelle lo dimostrano - è più vivo che mai. A Maia, amici. Se amate ancora chi mette il cuore, i polmoni di un cavallo e le braccia e la testa di un fantino per saltare nel verde brindando alla vita. A comprare cavalli, ad allenarli per battere noi stessi. Le nostre pigrizie, il nostro nasconderci dietro ad alibi lontani dalla nostra essenza. Dalla nostra storia più vera e autentica. In fondo l'ippica, il turf sono una proiezione dell'uomo e della sua capacità creativa. La casa degli ostacoli diventa allora quella di una Maia che ha ancora voglia di accogliere chi ha visto correre Spegasso, Miocamen, Luci a San Siro, Reckless William, Il Profeta e torna ogni anno su quella tribuna per un'emozione. Per sorridere ad un raggio di sole nel verde e alla criniera al vento di un cavallo sul quale un jockey coltiva un sogno colorato. Di vittoria, di lealtà, di rispetto per il pubblico. Questi sono gli ostacoli, questa è la cultura di quel mondo, cari amici lettori. Ditelo a chi vuol farli da parte. A chi vuol privarci di questo.
Molto cordialmente
PAOLO ALLEGRI

 

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